Sale e luce

Il Vangelo di oggi, domenica 9 febbraio 2014, richiama lo spirito con cui vogliamo vivere e condividere tutte le attività in oratorio: “Voi siete il sale della terra (…) Voi siete la luce del mondo (…) Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,13-16).

sale e luce

 

Castagnata

Le attività in oratorio sono riprese. Quest’anno ci accompagna il seminarista Massimiliano Canta.
Ecco un appuntamento per bambini, ragazzi e famiglie.

castagnata 2013

A breve riprenderanno le attività in oratorio e in parrocchia…
Vogliamo prepararci riflettendo in particolare sull’importanza di crescere nella fede, sulla bellezza dell’incontro con Cristo e sulla necessità di sostenere i più poveri e disagiati. Valori e obiettivi che occorre condividere con le altre parrocchie della nostra Unità Pastorale. Ecco quindi l’omelia che l’arcivescovo Cesare Nosiglia ha proposto in occasione del pellegrinaggio del nostro distretto al duomo di Torino svoltosi in Quaresima.

incontro vescovo

Nella visita pastorale, ho raccolto diverse volte da parte di tanti laici questa convinzione: la Chiesa in genere, e le parrocchie in modo particolare, sono chiamate dai segni dei tempi a diventare meno efficienti e pragmatiche sul piano organizzativo, ad affannarsi un po’ meno nel moltiplicare raduni ed iniziative, al fine di avere tempo e risorse per curare la qualità delle proposte di evangelizzazione con una adeguata catechesi degli adulti, che oggi è molto carente, offrendo poi spazi idonei per i cammini di fede e le esperienze spirituali. Tutto dice che oggi è necessario curare la dimensione mistica del rapporto con Dio, la bellezza della fede in Gesù Cristo meglio conosciuto e amato a partire dalla Bibbia e dalla Liturgia.

Sì, la formazione permanente a diventare cristiani mediante la Parola di Dio e la preghiera è la via maestra e centrale e ognuno di noi è chiamato a farsene carico con coraggio. La cura di se stessi parte dal trovare il tempo e la volontà di fermarsi a pregare, riflettere, studiare e approfondire la Parola di Dio e la cultura del nostro tempo. Nutrire l’intelligenza e il cuore rende sereni dentro e sicuri nell’affrontare le sfide complesse del mondo di oggi. Il problema decisivo sta dunque in noi pastori e fedeli, in noi Chiesa, chiamati a credere veramente in Cristo, diventando cristiani e non illudendoci di esserlo già. La fede non è un patrimonio ereditato da conservare, ma un dono da accogliere continuamente, con un cammino di conversione e di testimonianza quotidiana.

Una fede non individualista, ma comunitaria. È questo un aspetto a volte difficile da cogliere: lo stretto e indispensabile rapporto tra la fede individuale e quella ecclesiale. Sono convinto, e ve lo testimonio con forza, che se la fede in Cristo non passa attraverso l’esperienza della sua comunità resta un fatto privato, intimistico, che poco a poco rischia di morire. Cristo è inseparabile dal suo corpo che è la Chiesa; amare Cristo significa amare la Chiesa; già i Padri affermavano che non si può avere Dio per padre se non si ha la Chiesa per madre.

Nel concreto, la parrocchia, comunità-Chiesa che vive tra le case, rende presente Cristo, lo annuncia, lo celebra nella sua Pasqua e lo testimonia: è il grembo della fede. La gente lo percepisce e proprio per questo desidera parrocchie più attente alle relazioni fraterne, dove la fede si fa esperienza di vita insieme. Il desiderio delle persone è di una Chiesa più umana e vicina, comunità di stile familiare, dove le relazioni sono improntate alla fraternità e al dialogo, alla comprensione delle situazioni anche più moralmente discutibili vissute dalle persone. Una presenza che cerca, sa condividere, sa ascoltare, sa abitare le fatiche delle persone e delle famiglie.

Ma è possibile questo se viviamo immersi in una cultura individualista, dove la ricerca del dio denaro, del proprio piacere e dell’interesse rendono virtuale, per molti, il valore della verità e dell’amore, della solidarietà e della sincerità nei rapporti?

Per questo diventa decisivo, per i credenti, stare nella complessità e ambiguità del tempo presente senza atteggiamenti di superiorità e di giudizio, immersi tuttavia nel mondo con spirito di umiltà e di servizio. È quanto chiede Cristo agli apostoli, fino a mostrare loro con la lavanda dei piedi che la sua grandezza è farsi servo di tutti spendendo la sua stessa vita sulla croce. Una scelta che deve inquietare le nostre comunità, ogni volta che celebriamo l’Eucaristia nel Giorno del Signore. L’Eucaristia ci interpella e ci sfida. Forse ne abbiamo fatto un rito talmente chiuso in se stesso da stemperarne la carica di amore e di cambiamento che offre.

I Padri affermano che la Chiesa fa l’Eucaristia e l’Eucaristia fa la Chiesa. Celebrare un rito, però, non basta. Una comunità che non vive nella ricerca continua dell’unità, nella cura e attenzione verso tutti e in particolare verso i suoi membri più sofferenti e bisognosi, non può illudersi di celebrare degnamente e di riconoscere il corpo del Signore. Infatti, come dice l’apostolo Paolo alla comunità di Corinto, mangiamo indegnamente la cena del Signore ogni volta che non riusciamo a riconoscerlo e accoglierlo nei fratelli e sorelle più poveri e bisognosi di accoglienza per condividere la stessa fede in Cristo e crescere uniti nello stesso amore (cfr. 1Cor 11,18-22).

Da qui, l’impegno di fare dell’Eucaristia nel Giorno del Signore il cuore di tutta la vita della comunità e la fonte prima della carità. Ma è necessario che la domenica sia celebrata con tutta un’ampiezza di esperienze e di testimonianze che, attorno all’Eucaristia, fanno crescere e manifestano l’essere più vero della Chiesa: famiglia di famiglie, dove si sperimenta l’amicizia e l’incontro, nella gioia della festa che rinnova la Pasqua del Signore e offre a tutti i frutti del suo sacrificio redentivo. A tutti, quindi anche a chi povero, solo, emarginato e rifiutato soffre per tante situazioni difficili di vita materiale, spirituale e morale in sé e nella propria famiglia.

In questa solenne liturgia in cui volgiamo professare una fede che si fa vita possiamo chiederci: i poveri, oggi, sono realmente accolti con gioia nelle nostre assemblee liturgiche (cfr. Gc 2,2ss.), fanno parte dei nostri incontri parrocchiali o di gruppo, delle nostre riunioni e feste, usufruiscono delle nostre mense e strutture?

È un impegno verso cui tendere, ma anche una realtà che faticosamente stiamo già vivendo nelle nostre comunità. Se c’è infatti una perla preziosa, che ho trovato nelle parrocchie e in moltissimi gruppi, comunità religiose e civili, è il volontariato, l’impegno caritativo e solidale verso chi è emarginato, povero e sofferente. Guardo perciò con speranza e gioia profonda a questo fatto e rendo grazie a Dio, che opera meraviglie in mezzo al suo popolo. Se la  nostra Chiesa continuerà a privilegiare gli ultimi, se con coraggio profetico non si sottrarrà alle nuove sfide di tante miserie morali e materiali proprie del nostro tempo, non dobbiamo temere: la fede non verrà meno, l’Eucaristia che celebriamo si tradurrà in pane spezzato nell’amore, il Vangelo sarà sempre più credibile via di cambiamento anche sociale.

Non dimentichiamo mai che l’atto di carità più atteso e fecondo che possiamo compiere è quello di annunciare Gesù Cristo e il suo vangelo ad ogni persona, perché al di là dei pure necessari sostegni alle sue necessità materiali, ciò di cui più ha bisogno è la speranza in Cristo e la certezza di poter contare su di Lui come Salvatore di tutta la sua vita.

Mi rivolgo in particolare a voi, giovani del Sinodo, e consegno la testimonianza di uno di voi che mi scrive: «Rendere ragione della nostra fede di fronte agli amici dell’Università o nel lavoro, in famiglia e nella comunità ecclesiale e civile, non è semplice, soprattutto se non ci sono in noi delle basi ben radicate. Per diventare testimoni di fede credibili sono necessarie esperienze forti di incontro con Gesù nella Parola, nei sacramenti e nella ricerca costante di una relazione sempre più sincera e profonda con lui. Anche l’amicizia con gli altri aiuta molto, ma esige anche una continua verifica evangelica sul da farsi e non tanto secondo i nostri gusti e idee ma secondo quanto il Signore ci suggerisce anche mediante la sua Chiesa. La missione è dunque una questione di fede e di amore. Se si crede nel Signore Gesù e se nel suo nome amiamo gli altri, non si può non sentire il desiderio di farne partecipi tutti quelli che incontriamo. Solo il Vangelo, infatti, dà speranza e dona amore non solo a chi lo riceve ma prima ancora a chi lo annunzia».

Sì, cari giovani e cari fratelli e sorelle, la fede ci conferma che Cristo non è estraneo ma atteso e desiderato, perché ogni uomo è stato creato e amato da Lui e non può raggiungere la sua vera felicità al di fuori dell’incontro con Lui. Nel momento in cui risuona sulle nostre labbra il nome di Cristo, ogni persona ne sente la nostalgia, come di un amico già in qualche modo conosciuto e amato. L’amore mette in bocca parole convincenti e le accompagna con segni di accoglienza e di affetto, che creano relazioni profonde e sincere tra le persone. Diventa dunque decisivo quello che scrive il mio giovane amico: la missione è una questione di fede e di amore.

I giovani percepiscono i problemi con sensibilità, carica di utopia a volte, ma ricca di prospettive positive per il futuro della Chiesa e della missione. A loro dobbiamo guardare con simpatia e amore non paternalistico, valorizzandone le risorse di entusiasmo e di coraggio che infondono in tutti noi adulti e pastori. Se curiamo la qualità della formazione cristiana e l’amicizia, se promuoviamo le associazioni e i movimenti come pure i gruppi di volontariato e l’apertura al mondo missionario, potremo ricevere da loro un sostegno indispensabile per raggiungere anche quelli che non frequentano più le nostre comunità. Sono certo che i nostri giovani saranno i primi missionari dei loro coetanei e ridaranno slancio a tutta l’azione di nuova evangelizzazione e di annuncio della comunità.

Cari amici, in questa circostanza solenne e importante, desideriamo anche venerare la Santa Sindone, «icona del Sabato Santo», come ebbe a dire con acutezza e profondità Benedetto XVI nella sua visita durante l’ostensione del 2010. Sotto la croce – ci racconta il Vangelo di Marco – il centurione romano – pagano, dunque – vedendo come Gesù moriva, esclamò: «Veramente costui era il Figlio di Dio» (Mc 15,39). È pertanto contemplando il crocifisso che possiamo anche noi pronunciare l’atto centrale della nostra fede in Gesù sepolto, molto e risorto per la salvezza del mondo. La Santa Sindone, mostrandoci il corpo martoriato del crocifisso e il suo volto sofferente, ci richiama la parola dell’apostolo Giovanni: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). La Sindone non ci parla dunque di sconfitta, ma di vittoria; non di morte, ma di vita; non di disperazione, ma di speranza; non di tenebre, ma di luce che emana dal sacro lino e sostiene la fede di chi crede e la vive nella carità.

La Sindone infonde dunque in noi e nella nostra Chiesa una forte carica di speranza che deve combattere le nostre paure e timori, diradare le nebbie delle nostre delusioni di pastori e fedeli, aprire vie impensabili di entusiasmo nella professione e testimonianza pubblica della fede in ogni ambiente e ambito di vita e di lavoro. Contemplando e pregando davanti alla Sindone, rivolgiamo dunque al Signore la nostra comune preghiera: «Signore aumenta la nostra fede. Non permettere che vengano meno in noi la gioia e l’entusiasmo di credere che Tu sei qui nella tua Chiesa e operi cose meravigliose pur in mezzo alle tempeste di una realtà che sembra allontanare sempre più tante persone dalla fede in te. Donaci un cuore aperto all’accoglienza, coraggio nella ricerca di chi ti ignora e saggezza per trovare le vie di un’efficace nuova evangelizzazione nella nostra terra. A Te Vergine Consolata, patrona della Diocesi, affidiamo la nostra professione di fede e la volontà di renderla vita nuova per noi e ogni persona che incontriamo nel quotidiano della nostra esistenza. Amen».

Incontro con il vescovo

Il nostro arcivescovo Cesare Nosiglia ci invita “a camminare insieme per rivitalizzare la pastorale giovanile diocesana”. Così a novembre ha aperto il Sinodo dei Giovani intitolato “Innestati!” che dura due anni (2012 – 2014) e ha come temi di fondo Gesù Cristo (anno I) e la Chiesa (anno II). Si tratta di un percorso condiviso caratterizzato anche da una serie di occasioni di confronto su problemi e tematiche vicine ai giovani. La vite e i tralci sono i due simboli di questo Sinodo (è l’immagine usata da Gesù nel Vangelo di Giovanni 15, 1 – 8) che richiamano “la necessità di rimanere uniti a Cristo, di formare tanti tralci una sola vite, per portare a tutti i frutti che ne derivano”.

Maggiori informazioni sul sito www.upgtorino.it

Intanto, ecco un appuntamento con il vescovo aperto a tutti i giovani della nostra Unità Pastorale. Passaparola!

 incontro Nosiglia

Torta di mele e cocco

Vi suggeriamo ora di preparare questa torta che qualcuno ha già potuto assaggiare alla festa di inizio attività. Ricetta di Daniela Lillu.

INGREDIENTI:

150 gr di farina

75 gr di burro

130 gr di zucchero

150 gr di cocco grattuggiato

3 uova

2 mele

1 bicchiere di latte

1 bustina di lievito

1 pizzico di sale

cannella e noce moscata a piacimento

Lavorare il burro ammorbidito con 100 gr di zucchero fino ad ottenere una crema spumosa; setacciare la farina con il sale e lo lievito e aggiungere un uovo per volta sempre mescolando; aggiungere il latte e 110 gr di cocco, un pizzico di cannella e uno di noce moscata.
Imburrare uno stampo (meglio con cerniera) di 24 o 26 cm di diametro e versarvi il composto. Quindi disporre sopra le fettine di mele infossandole un po’ tutto intorno e dando così la forma di un fiore; versare sopra il cocco, lo zucchero e la cannella rimasti. Mettere in forno (preriscaldato) a 180° per un’ora circa. Torta da gustare quando è fredda.
Buon appetito!

FESTA DI CARNEVALE

IL 9 Febbraio dalle 15.30 alle 17.30 all’Oratorio si festeggerà il carnevale con giochi a tema e tanto divertimento! Gli animatori vi aspettano… rigorosamente mascherati!!!!!

Logo unitàGiovedì 24 gennaio, alle 21, nella parrocchia di Trofarello, si terrà la serata di preghiera per giovani inserita all’interno dell’iniziativa Passo dopo Passo ideata dall’equipe dell’Unità Pastorale 57.
Un’occasione per pregare, riflettere e conoscere meglio grandi testimoni della fede. Questa volta i protagonisti saranno Pietro e papa Giovanni Paolo II.

Al termine dell’incontro ci sarà un momento di… dolce e gustosa condivisione.